nel silenzio della superficie

Nel silenzio della superficie

Emanuele Giuffrida

a cura di Domenico de Chirico
10 ottobre 2025 - 12 dicembre 2025
Nel fragore del silenzio della superficie

Nella pittura dell’artista siciliano Emanuele Giuffrida (Gela, 1982 – vive e lavora a Palermo), c’è un momento in cui la memoria
individuale più autentica si sovrappone alla complessa morfologia del reale: è in quell’eclissi – vulnerabile e albeggiante – che
nasce l’opera. In quel frangente, la superficie del mondo – la più dura e apparentemente impenetrabile – talvolta costituita dal
ruvido asfalto, talaltra da un candido lenzuolo, si trasforma in una soglia percettiva: al tempo stesso visiva, psicologica ed
esistenziale.
È qui che lo sguardo dell’artista si posa, per scorgere immagini e figure intessute di tensioni e ricorrenze. Non si tratta di sempli-
ci ricostruzioni di tracce di cronaca, ma di visioni autentiche – generate da un processo interiore, profondo e radicale – in cui la
pareidolia diventa strumento rivelatore, cardine poetico della sua ricerca.

La pareidolia – quel fenomeno cognitivo che ci induce a riconoscere volti, figure o forme familiari in oggetti ambigui o casuali –
non è, per Giuffrida, una semplice curiosità visiva, ma una chiave alternativa e particolarmente stimolante per decodificare la
realtà. Non si tratta di un gioco percettivo, ma di un modo profondo di interpretare il mondo, in cui lo sguardo si trasforma in uno strumento capace di attribuire senso a tutto ciò che ci circonda.
Secondo questo tipo di approccio, l’artista si avvicina a una concezione della percezione affine a quella del fenomenologo
Maurice Merleau-Ponty, secondo cui vedere non significa soltanto registrare ciò che è presente, ma partecipare attivamente
alla costruzione del mondo, attraverso un processo che coinvolge, in egual misura, corpo e coscienza.
Così, ciò che emerge dalla tela non è semplicemente ciò che è stato osservato, ma ciò che è stato intuito, riconosciuto interior-
mente e poi lasciato libero di affiorare, fino a diventare un’immagine nitida.

Così la pittura diviene una sorta di mappa interiore, dove l’informe e il brumoso si plasmano in visioni: costellazioni simboliche
che non rimandano direttamente ai fatti, ma a ciò che quei fatti hanno lasciato impresso nella coscienza collettiva.
Le figure che emergono – tra cui il lenzuolo, l’asfalto, i fori, i bossoli, i vetri rotti – non sono icone della cronaca, bensì tracce di
un ricordo fluido: segni vaghi, fluttuanti, quasi archetipi. In questo senso, la memoria non è una semplice copia del passato, ma
la sua rievocazione poetica: un corpo vivo che muta sotto la pressione del tempo che scorre solerte e dello sguardo, che si
modella continuamente secondo la visione del mondo dell’artista.

Cresciuto nella città di Gela negli anni ’90, in un contesto segnato da presenze oscure, malaffari e silenzi imposti – un ambiente
i cui codici estetici influenzano profondamente la sua tavolozza cromatica – Emanuele Giuffrida ha assorbito sin dall’infanzia
immagini destinate a riaffiorare nella sua pittura molti anni dopo. Come egli stesso racconta, quello scenario è rimasto impres-
so: Ricordo da bambino […] un uomo avvolto in un lenzuolo fluttuante. Quella visione, sospesa tra trauma e immaginazione
infantile, non si è mai dissolta: si è depositata in profondità, trasformandosi nel tempo in una grammatica visiva che oggi prende
forma sulla tela.

Tuttavia, ciò che conferisce al lavoro di Giuffrida una radicale contemporaneità è il suo rifiuto dell’immagine piena, narrativa,
illustrativa e particolarmente esaustiva. L’artista non si propone di mostrare la violenza, ma di interrogarla, trattenerla, sospen-
derla. Le sue opere non ambiscono a ricostruire un evento specifico, bensì a evocare una soglia percettiva e simbolica, uno
spazio in cui l’invisibile può affiorare. In questa operazione di sottrazione – contraddistinta da un indubbio rigore formale e da
un consapevole contenimento emotivo – Giuffrida si inserisce a pieno titolo in una riflessione più ampia sull’immagine come
enigma, ricordando, attraverso le parole di Georges Didi-Huberman, che, nonostante tutto, l’immagine ha spesso più memoria
e più avvenire di colui che la guarda.

Nello specifico, il lenzuolo che avvolge un corpo – figura ricorrente nelle sue opere – non narra una morte, ma apre uno spazio immaginativo sospeso tra assenza e presenza, tra umano e chimerico. È in questa ambivalenza che risiede la forza simbolica della sua pittura: non nel descrivere fedelmente, ma nel suggerire sussurrando; non nel rivelare del tutto, ma nel
costruire una distanza che, pur mantenendo una prossimità palpabile, crea un silenzio che invoglia a sostare.

Dunque, in un’epoca segnata dalla saturazione visiva e dal consumo vorace e rapido delle immagini, Giuffrida
compie un gesto di resistenza: rallenta lo sguardo, restituendo all’immagine la sua sospensione, la sua opacità e il suo mistero.
Questa riflessione si estende fino a toccare il paesaggio, fatto di fuochi divampanti, sale da gioco, strade e scene del crimine, oltre che di oggetti della quotidianità – autovetture, tavoli e luci da biliardo, slot machine – presenze inusitate eppure familiari che, nella pittura di Giuffrida, si trasfigurano in simboli esanimi ma carichi di senso. Le sue
opere – pur radicate in un realismo nitido, a tratti quasi cinematografico – non si limitano a mostrare ciò che l’occhio
vede, ma trasformano lo spazio del tempo vissuto, quel tempo in cui, secondo Henri Bergson, passato, presente e
futuro si intrecciano in un continuo divenire, in uno spazio esistenziale.

Luoghi apparentemente ordinari si caricano di una tensione metafisica: diventano inquieti, interrogativi, a tratti
disturbanti, come se la semplice esistenza delle cose nascondesse una verità più profonda, a volte ancora più
inquietante. Lo spettatore è così chiamato non solo a guardare, ma a fermarsi per riflettere e confrontarsi, vis-à-vis,
con gli enigmi dell’esistenza quotidiana.

In questa realtà essenziale, lucida e priva di artifici si manifesta l’élan vital dell’opera: una forza silenziosa e illumina-
ta che si traduce nella dignità del vivere, nel coraggio discreto di esistere nonostante tutto. È una pittura che, nella
sua sobrietà, sprigiona una potente aura meditativa e spirituale, in cui la materia diventa veicolo di pensiero e il
vuoto – quando presente – parla con la stessa intensità della forma. L’opera può nascere tanto da una riflessione
sociale quanto da intuizioni e rimembranze intime e personali, ma ciò che davvero importa è che conservi un valore
estetico preciso e forte, una struttura capace di sublimare il reale e trasformarlo in un’esperienza sentita e condivisa.
Il gesto pittorico, per Giuffrida, assume un valore quasi rituale. Predilige la pittura a olio per la sua capacità di resti-
tuire sfumature, profondità e lentezza. Anche nel disegno – realizzato con campiture di grafite, spesso arricchite da
gouache o altre tecniche a base d’acqua – la materia non è mai solo segno, ma pittura a tutti gli effetti. Le sue composizioni nascono da ampie stesure, dove la luce, la scena e l’atmosfera contano più del dettaglio. Quest’ultimo,
quando presente, è subordinato al respiro complessivo dell’immagine e alla sua capacità di evocare odori, silenzi,
sospensioni, attese, o addirittura uno spleen profondo.

Le opere, talvolta di grande formato, si configurano come veri e propri dispositivi immersivi: spazi pittorici capaci di
catturare lo sguardo e condurre lo spettatore in medias res. Tra fughe prospettiche, piani inclinati e vuoti sospesi,
ogni elemento concorre a costruire un’esperienza percettiva immersiva, in cui la pittura non è soltanto immagine da
osservare, né semplice espediente, ma uno spazio da attraversare, da esperire, da vivere appieno. In questo luogo
– al tempo stesso reale e simbolico – l’essere umano può riconoscere un riflesso di sé: fragile o sibillino, ma pur
sempre custodito nel silenzio della superficie. È proprio in quella soglia sottile tra visibile e invisibile, tra contingenza
e smarrimento, che la pittura enigmatica di Emanuele Giuffrida svela il suo potere più profondo: farci intuire senza
mai rivelare tutto, richiamandoci a un rapporto sempiterno con l’opera, fondato su un sentire epidermico – in uno
spazio, di matrice segnatamente pareidolica, dove il dubbio si fa forma e l’interrogazione prende corpo.

Milano,15 Settembre 2025
Domenico de Chirico